i-Nuovinizi-chiesta-se-sono-realizzata-800px
Blog,  Ispirazioni

Di quel giorno che mi sono chiesta se ero realizzata.

Sono seduta in libreria, sorseggio un caffè americano.
Cerco le parole, forse l’ispirazione. Non arriva. Mi sembra di continuare a sforzarmi per far arrivare delle parole che ora semplicemente non sono li.

Vorrei scrivere di realizzazione e appena penso a come iniziare c’è un senso di ovattamento alla testa e non arriva nulla.

Lascio cadere le braccia di lato, lascio libera la tastiera. Guardo alla mia destra e lì, appoggiato su uno scaffale, c’è Robbie Williams che mi guarda. Sembra compiaciuto, sorridente, un po’ stanco. Di fianco alla sua bocca una scritta, stampata in color oro: Reveal.

Rivelare. Rivelazione.

Mi viene un brivido quando pronuncio mentalmente questa parola. Che questa parola abbia qualcosa a che fare proprio con la realizzazione?

Mi sorge l’idea che magari ciò che siamo abituati a chiamare realizzazione sia semplicemente un rivelarsi, una rivelazione di noi stessi al mondo.

Una persona che ho incontrato di recente sul mio cammino mi ha ricordato ancora una volta che nella semplicità c’è la via verso ciò che stiamo cercando. Qualsiasi cosa sia e in qualsiasi modo la stiamo chiamando.

Ho passato anni a chiedermi come mi sarei potuta realizzare. Cosa intendevo con questa parola?

Intendevo arrivare ad un punto in cui potevo sentirmi piena, utile, parte attiva del mondo e che il fatto di esserci facesse una differenza.

Ho “lottato”, più o meno felicemente, cercando di fare a tutti i costi qualcosa che mi facesse sentire così, realizzata.
Per poi iniziare ad accorgermi che quella che chiamavo realizzazione era uno stato d’essere scollegato dal fare o, comunque, non sua conseguenza ma al massimo suo presupposto.

Sentirci realizzati, sentire che la nostra presenza nel mondo è sacra non ha nulla a che vedere con il fare.

E forse è proprio come mi suggerisce quel Reveal oro lucido di fianco alla bocca di Robbie..sentirci realizzati è una conseguenza del rivelarci al mondo. Rivelarci senza maschere che non ci appartengono. Entrare in quello spazio di sentirsi pieni, e ricchi, e felici e innamorati..e tutte le parole che possiamo immaginare e che spesso mettiamo tra i nostri obiettivi personali e professionali invece che metterli al punto di partenza.

Ho smesso di fare coaching proprio perché stonavo con questa idea che ci sia qualcosa da raggiungere e che ci sia qualcuno che ti può aiutare a farlo più in fretta e più facilmente (o quantomeno consapevolmente).

Non c’è niente da realizzare. Nulla da raggiungere.
O meglio, forse una cosa sì.
Noi.

Se ci ripenso in questa ottica la parola “Realizzarsi” prende un nuovo senso..realizzare se stessi nel senso di riconoscersi.

È fondamentale ed urgente che iniziamo ad accorgerci che non c’è nessun momento migliore di ora, proprio questo istante, questo respiro, per iniziare a farlo.

E non vuole dire usare un make-up di felicità e Peace&Love per mascherare un sentire che magari chiameremmo tristezza o paura.

Questo è ciò che non possiamo più rimandare, riconoscere ciò che c’è qui adesso e che vuole essere visto: rabbia, tristezza, paura, felicità, imbarazzo, vergogna, serenità, piacere …
La realizzazione passa semplicemente per l’insieme di questi momenti in cui scegliamo di essere veri, con amore.

Da dove si parte allora?
Dalla cosa più semplice e fruibile che abbiamo per esempio.
Dal respiro.
Facendo un respiro lento e pieno e ascoltando il miracolo che c’è dentro a quel respiro.
É che la magia é nascosta in queste cose che sembrano piccole che per questo sottovalutiamo. Così stiamo alla ricerca alle grandi imprese e ci dimentichiamo il potere che c’è nei gesti semplici. Perché la vita inizia da lì.

La mente può continuare a lottare per trovare il senso in grandi imprese ma prima o poi sarà costretta ad arrendersi.

Siamo noi a scegliere quando.

Leave a Reply

avatar
  Subscribe  
Notificami